![]() |
||||||||||||||||||||
![]() |
![]() |
![]() |
||||||||||||||||||
|
|
||||||||||||||||||||
|
|
|||||||||||||||||||
|
di Massimo Rossi
C’è ancora più bisogno di riaffermare che non può esistere
“guerra umanitaria” perchè, come prova indiscutibilmente la storia degli ultimi
decenni, i diritti umani non si difendono proprio con la guerra. E che la
guerra, lungi dal risolvere i problemi, certamente li moltiplica e li esaspera. Inoltre, contrariamente a quanto alcuni affermano, la scelta
della guerra è stata esattamente la sciagurata alternativa all’unica
possibilità di affermazione delle migliori istanze di quella ribellione esplosa
anche in Libia sull’onda della salutare primavera magrebina. Una
premeditata alternativa alle vere competenze dell’Onu per la prevenzione della
guerra e alle svariate proposte di mediazione, di soluzione politica del
conflitto, avanzate tra gli altri da autorevoli Paesi latinoamericani in tempo
utile per fermare sul nascere la guerra civile ed il massacro. Proprio la guerra, laddove non verrà fermata ora, sarà la
negazione di quelle istanze libiche di giustizia sociale, di liberazione dal
loro dittatore e di democrazia. Istanze che non troveranno certamente
sponda sotto l’ala di quei “volenterosi” che come ci dicono anche i sondaggi,
ben oltre l’universo pacifista, a tutti appaiono animati, al di là di ogni ipocrisia,
soprattutto dal loro inderogabile bisogno di controllare le ingenti risorse
energetiche locali. Un’esigenza imprescindibile per stiracchiare oltre i limiti
oramai ampiamente conclamati, ed a qualsiasi costo, come la stessa Fukushima
insegna, un sistema economico mondiale, quello capitalista, basato sul consumo
dissennato e la rapina delle risorse naturali e dei diritti umani. Un sistema che non contempla umanità e accoglienza per
quanti costringe all’esodo forzato ed al rifugio lontano dalle proprie terre
martoriate da povertà, desertificazione e guerre. Anzi ne fa strumento di
inqualificabili battaglie da cortile per conquistare gli umori delle pance di
una società precaria, disgregata ed impaurita. Un sistema che proprio in armamenti dissipa risorse enormi,
potenzialmente sufficienti ad affermare un “altro” indispensabile futuro di
giustizia sociale e sostenibilità ambientale. Per tutte queste ragioni ci riconosciamo in pieno nella
piattaforma del Coordinamento “2 Aprile”, che ha indetto quest’importante
giornata di partecipazione per la pace. Una mobilitazione che nella data
odierna deve trovare un nuovo punto di partenza di un percorso consapevole
lungo i territori fatto di iniziative, incontri, mobilitazioni. Che riproponga
già le collaudate bandiere della pace insieme a quelle dei beni comuni, dei
diritti del lavoro, della democrazia e dei diritti umani, tanto da noi che
nell’altra sponda del nostro mediterraneo perché un futuro o c’è per tutti o
non c’è per nessuno. su Liberazione (02/04/2011) |
||||||||||||||||||||
|
||||||||||||||||||||